Misericordia, Pietà: la voce di San Marco d’Alunzio

Ti adoriamo Cristo
e ti benediciamo,
perché con la tua Santa Croce
hai redento il mondo.

testo e foto di Angelo Cucco

Silenzio. San Marco oggi non trema né di passi né di voci. Il blu non tinge le strade, non vela i volti, non turba gli sguardi. Il mondo si è fermato anche in questo microcosmo, anche lì sulla rocca aluntina, un invisibile nemico insidia i tempi del sacro e cerca di sospenderli. Le case non schiudono gli usci, le mani non cercano il contatto lanciandosi dai balconi, il Cristo non si lascia cullare nel suo immobile, elegante portamento. Eppure proprio oggi, in questo venerdì anomalo, forse più che in altri degli ultimi 408 anni, risuona nella mente e nel cuore il bisogno urlato di misericordia. È un attimo. La mente fugge dall’hortus conclusus creatosi per sopportare la quarantena, travalica gli usci, a passi percorre le strade ed eccola: Aracoeli, non è bagnata dalla pioggia, il pensiero la vuole irradiata di sole mentre qualche nube all’orizzonte riecheggia i dolci declivi verdi delle campagne circostanti. Il pensiero si arresta un attimo a contemplare lo spettacolo del panorama, è bello, ricorda la meraviglia della Creazione. Eccola la gente di San Marco che affolla il piazzale, sorrisi, vesti eleganti, è un giorno di festa. Il rosso tinge d’improvviso le scale, divide due ali, avanza. Sembra di udire le allegre note della banda che investono gli astanti mentre il Santissimo benedice, si ostende, ricorda che in una piccola porzione di pane si transustanzia il mistero di un uomo-Dio, che non volle lasciarci mai soli, che insegnò agli uomini l’Amore morendo per loro, che insegnò la Speranza risorgendo, che insegnò l’Umiltá scegliendo il pane e il vino, frutto del cooperare di uomo e natura, per tornare al mondo e offrirsi al suo popolo. L’Eucaristico Velo in cui si rivela è come il trionfo di una storia a buon fine, ma gli occhi si volgono a contemplare quanto più duro fu il sacrificio quando il Cristo, soffrendo da umano, stese le braccia sul legno di croce. Già provato da vili tormenti, fu innalzato al suo primo altare, un trono, un talamo, un faro su cui si immola l’Immacolato Agnello memoria di antichi riti pasquali… Uomo di dolori, Dio che nudo si rivela nella sua carnea forma, attira a sé i cuori, fin nel sacello che espone il simulacro di una così grande Passione. Sfiora i volti l’intenso profumo dei fiori mentre cambiano i toni, si velano di mestizia, irrompe violento e quaresimale l’accorato coro degli strumenti. Si offre alle braccia dei suoi figli il Cristo che scende e attraversa la chiesa per ergersi alto, quasi a reggere il cielo, sul piazzale dove silente attende. Nuovo Calvario, siepe di sguardi, giardino di cuori. La mente eleva una preghiera, lo ammira correndo fino a quell’aspra corona di spine che cinge i lignei, perfetti capelli. Egli, il Cristo, aspetta la Madre che dolente si pone ai suoi piedi in uno straziante Stabat ricreato da occhi commossi, ma soprattutto aspetta coloro che per un voto, per una promessa, attendono un anno di poter rientrare tra i 33 che hanno l’onore di offrire le spalle al loro Signore. Trenta più tre come gli anni nel mondo del Redentore sono coloro che sospendono il fercolo tra terra e cielo. Non a loro nome, non soltanto. Incappucciati, ai piedi i piruna, coperte perfino le mani con quel blu che dissimula l’umana persona, si fanno figura di ogni devoto vicino e lontano; di ogni aluntino che ha in cuore l’ amore e la compassione per il Crocifisso. Sono lì, memoria e memori di antiche storie, di grazie e miracoli. Sono la porta della Grande Settimana; sono loro che immersi nel profondo mistero del loro costume, in coppia, baciano terra in un peregrinare penitente e che innalzeranno il grido straziante e mai interrotto finché avranno in spalla quel dolce peso; finché come Simone si faranno portatori di Croce. Il Crocifisso ha bisogno dei suoi Babbaluti, così può visitare il paese, può benedire e accogliere tra le braccia e le piaghe sofferenze e intenzioni. I Babbaluti hanno necessità del loro Signore, di quel momento che li riannodi al Cielo, che nell’anima suggelli un patto. È per questo che quelle figure anonime oggi, esattamente come se calpestassero il selciato, invocano per tutti: Signuri Misericordia e Pietà. Questo chiedono, sembra di poterli sentire
davvero, sembra che il timbro grave di quell’uomo incanti gli occhi di una bimba…e mentre l’odore dei sacchettini di incenso sembra investirci… Si inchina il cuore al Cristo esposto nel Sapurcu, tra il rosso e la bellezza dei preziosi ricami…invocando che, dalla Croce in cui è Re paziente, posi anche solo uno sguardo, sul mondo che soffre.

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