Le campane hanno una voce: la Pasqua a Ferla

“ssa unnè, mortu è!”
“ssa unnè, vivu è!”
“Vivu è, cca è!”
“Vivu è, vicinu è!”
“Gloria!”

Testo e foto a cura di Angelo Cucco, Pasqua 2019

Ferla è un piccolo centro degli Iblei, la prima cosa imparata quando sono arrivato è che misura 700 metri dalla croce del Carmine alla fine del corso e che altri 700 metri separano le altre due estremità del paese. Eppure la Pasqua esplode proprio lì, coinvolgendo tutti, ma proprio tutti, in una serie di riti e di manifestazioni che lasciano con il fiato sospeso. E mentre cerco, da buon castelbuonese, di rapportare quella distanza a partire dal castello fino a… qualcosa, mi ritrovo immerso nell’azione liturgica dell’adorazione della croce. 
La processione che segue si riempie di pathos quando il cristo Crocifisso incontra la madre e insieme a lei accarezza le vie del borgo in una lenta, struggente processione. Tacciono le campane, sostituite dal legno.

U SIGNURI A CASCIA
E’ ormai sera, la luna illumina il cielo di Ferla nel suo pallido splendore mentre nella chiesa di Sant’Antonio si celebra un’altro atto della Passione. Le parole del sacerdote risuonano tra il rosso del tosello e gli stucchi barocchi, mentre il Cristo pende ancora dal patibolo della Croce. Poi ecco, inizia la discesa, attimi lenti, gesti misurati e pieni di cura. U Signuri è messo nella Cascia per ripercorrere ancora una volta le strade di Ferla irrorate da una leggera nebbia che sembra accentuare il pathos di quella processione funebre. La Madre riprende il cammino, accompagna il Figlio senza vita avvolta nel suo nero manto in cui si raccoglie il dolore del mondo.
Procede il Cristo e la teca in orizzontale fa nascere un sentimento che dallo stupore si trasforma lentamente in compassione. Come in un quadro vivente, in una composizione in movimento, Maria contempla il corpo di Cristo da capo a piedi contandone le ferite, piangendone il sangue sparso, sentendone il dolore come spade nel cuore.

L’ATTESA
Febbrile, energico, colmo di attesa è il Sabato Santo di Ferla. L’intero paese aspetta la sera, l’annunzio di Pasqua. L’adrenalina cresce mentre si preparano i simulacri. La Madonna è avvolta nel suo manto mentre in un’altra chiesa, ad un piccolo ma significativo gruppo di persone, appare già il Cristo, pronto al suo trionfo. Le loro gambe, le loro spalle, la loro forza serviranno al Risorto per risalire fino alla chiesa del Convento. Ma ancora è presto, è l’ora delle prove, dei fazzoletti attaccati, dei bimbi che giocano ad essere grandi.

LA RESURREZIONE
La vita e la morte si sono affrontate e il Cristo, luce splendente ha vinto. Il nuovo fuoco irrompe nelle tenebre, scende la tela ed ecco colui che tutti credevano morto torna alla vita rifulgente di gloria. Ferla lo sa, ormai può testimoniarlo. E mentre al suono del gloria i bimbi si levano in aria per il “crisci crisci”, lei, la Vergine, è ancora mesta. Parte in cerca del Figlio accompagnata da una gran folla, non la lasciano sola, si stringono attorno alla Madre del Dolore. La campana le presta la voce squillando “ssa unnè, mortu è”. Così farà per tutta la notte. Maria rientra e ai rintocchi della mezzanotte, tra un mare di fuoco e di cuori ardenti, mentre l’adrenalina cresce e i palpiti aumentano, mentre le gambe danno forza alle spalle e gli occhi lasciano trasparire l’emozione, di corsa, come volando il Cristo Risorto sale al convento. Cristo è Risorto, è il tempo di gioire.

I SETTI VANEDDI
Chi è quella donna che all’alba riprende il suo cammino? E’ ancora lì la Vergine Addolorata, continua la sua ricerca affannosa, crede alla Parola del Figlio e su quella Parola si mette in cammino per essere testimone della Resurrezione. Dov’è quel Figlio che ha sepolto? dove sono quegli occhi che ha visto spegnere? dove sono quelle ferite che ha visto grondare sangue prezioso? la campana del convento risponde allo sguardo innamorato di Maria “Vivu è, cca è” ed anche la grande campana di San Sebastiano che per tutta la notte ha pianto la morte ora celebra la vita “ssa unnè, vivu è”. E’ Domenica. E’ quella Domenica che è la regina di ogni Domenica. Ma Maria e i suoi devoti ancora attendono…La Vergine gira pe setti vaneddi, scruta ogni angolo, i campi, la natura che rifiorisce. La campana la avverte ancora “vivu è, vicinu è”. Un atteso primo raggio di sole le bacia il volto, lei si illumina della luce del nuovo giorno, risorge anche Lei nel bagliore della Pasqua. Il manto nero trafitto dai raggi, che si sono fatti attendere, è ormai prossimo a cadere e mentre Ferla, ancora una volta se ne innamora, con gli occhi si alza l’acclamazione “bedda Matri…Viva!”.

U SCONTRU
La mattina di Pasqua non servono orologi a Ferla. Il tempo è scandito dai battiti del cuore tenuti a freno da fasce azzurre e bordeaux che cingono bianche camicie. Non cambia la gente, non cambia solo il vestiario… cambia l’aria che si respira, cambiano le case, i campanili, le strade. L’atmosfera vibra, gli animi scalpitano. Si avverte quanto l’intero anno sia un’attesa di quel momento, di quei pochi attimi, di quel tripudio. Il Cristo, pesante e trionfante, sembra una nuvola leggera sulle spalle fiere dei suoi portatori. Sono saliti a prenderlo, sono corsi sotto le sue aste e ora lo conducono all’appuntamento più importante. 
Mani esperte hanno avvolto ancora una volta, come ogni anno, l’augusta Regina nel suo luttuoso manto. Hanno messo gli spilli, hanno controllato che tutto fosse perfetto, che si rinnovasse il misterioso svelamento e lo hanno fatto con l’affetto e il rispetto che merita la Signora degli Angeli. Anche Lei è pronta. Non si percepiscono più i tempi, sembra che anche l’aria si fermi nell’attesa. Sono i minuti più veloci e più lenti contestualmente. Poi ecco, come riconoscendosi da lontano, Cristo e Maria iniziano a corrersi incontro come chi finalmente può ritrovarsi. 92 passi e Maria perde il manto nero, splende d’oro come la luce del sole mattutino, è rivestita di Luce colei che ha creduto e ha atteso tanto. Finalmente incontra il Figlio che aveva pianto. E’ tempo di gioia, è tempo di scontru. Volteggiano, si sfiorano, enormi e immensi sui volti rigati di lacrime di chi assiste. Due simulacri colossali danzano come due leggiadri petali e finalmente sono accanto, lanciati in aria dalle possenti braccia: Ferla è Risorta. Anche la terra è scossa da tanto fremito, mentre l’aria si inonda di campane e fuochi d’artificio che si confondono alle invocazioni dei portatori e allo scrosciare degli applausi. Cade il manto, cade l’agone, si ritrova l’armonia. Un’altra corsa, laggiù sotto la croce, un altro incontro ai piedi di quello che fu il patibolo per non piangere più la morte ma per celebrare la vita: la croce è ora vittoria e vessillo. 
E’ così forte il legame tra il Cristo e la Vergine, è così pieno d’energia quel vorticoso momento che le due figure si fondono, che il Cristo diventa Il Gesù Maria.

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