
Gli Occhi di Catania
la festa di Sant’Agata

“Duoppu stanchi ra iunnata stannu cu tia tutta a nuttata, quannu agghionna tutti rutti….semu tutti devoti tutti!”
da una poesia di Lucia Cannizzaro, adottata dai devoti come “grido-giaculatoria” in onore alla Santa.
(testo e foto di Angelo Cucco)

Sono i suoi occhi, la somma di tutto sono solo i suoi occhi, niente più. Il vortice di colori delle candelore, l’allegro spargersi delle caramelle alla pescheria, le bande strillanti, la cera e i fuochi trovano senso solo lì, in quelle due stelle sul viso di Agata. I devoti li invocano, li cercano, si perdono nell’intimo incontro con quello sguardo che introduce al più dolce sorriso… E in un attimo svaniscono smeraldi e preziosi, come neve si scioglie il contorno e resta il profondo amore che lega la Santa ai suoi cittadini. È di notte il momento dell’incontro, quando Catania tace ancora, quando al frastuono giocoso e colorato delle “bombe” si è sovrapposto il pacato silenzio. Chiamati dalla più antica voce, lasciano le proprie case, emergono nei loro sacchi bianchi, a piedi, lenti. Il cuore in gola, lo sguardo basso, attendono, sperano di riuscire a varcare le porte del Duomo, di poter trovare un angolo vicino a quel dolcissimo cancello che separa e protegge ma che appena aperto spalanca le porte del Paradiso e consente al sacro di presentificarsi, di rendersi vicino, di sconfinare nell’ordinario. È dolce l’attesa, piena di fremito, é un padre che alza sulle spalle il figlio vestito per un qualche voto, é intere famiglie che si incamminano al suo altare, é il cuore che palpita, sono le palpebre che sfidano Morfeo in un duello di resistenza. Il fazzoletto stretto al cingolo, il berretto saldo sul capo, mille pensieri e ricordi che avvolgono l’aria e che come folate di profumo rincorrono le pareti della cattedrale, accarezzano le tele, sfiorano le dorate cornici fino a penetrare le pesanti porte del sacello. Anche lei, li dietro, sicuramente si prepara. Ecco perché sorride dolcissima a quel fiume bianco che l’attende, ecco perché ricambia gli sguardi di grandi e piccini e se un bimbo si sorprende della sua luccicante bellezza, una madre incanta, un giovane piange, un’anziana fa memoria. Catania, in quella notte che volge al giorno, in quell’aurora che si tinge di fede, incontra la sua più preziosa cittadina. Le voci si alzano liete, l’accompagnano all’altare, mentre l’organo inneggia ricordando il mistico velo e gli applausi sottolineano ogni acclamazione. Non mancherà l’abbraccio, finché Agata non tornerà nella sua cameretta, di giorno e di notte, fino all’ultimo attimo dell’annuale incontro, finché quegli occhi scruteranno un volto e, come in un saluto si farà avanti, quasi in un sofferto commiato. “Sant’Aituzza sta trasennu lu me cori sta scurannu” griderá con la voce che rimane uno dei ragazzi. Arcobaleni scoppiano per l’aria, danzano sulle candelore, si accendono sulle luminarie ma è il bianco, quel candore vetusto ed attuale che predomina su tutto. Non il rosso del martirio che tra garofani e stole si affaccia timido sul palcoscenico della festa, ma il bianco, attore incontrastato, vero protagonista di un antico dialogo…corsero davvero così i catanesi svegliati nel sonno al rientro delle reliquie, senza vestirsi? Non riesce difficile crederlo ammirando la peregrinatio di ogni età che si fa prossima alla sacra ara, che sfida il freddo e la stanchezza, che porge un fiore, una candela, sussurra una preghiera. Un bianco sonoro che risuona di fervente e acceso amore, che regge i cordoni come il più alto onore e li bacia, tenerissimamente. “Cittadini” “viva Sant’Ajta”, si alternano le voci, il grido si fa poesia e mentre con la mano alla bocca si rivolge verso la Santa, l’amico lo sorregge proteggendogli il passo. Festa di abbracci, festa di emozioni, profumo di cera e polvere da sparo, festa in cui non si è soli ma parte in Lei che sull’argenteo trono attraversa una Catania dagli occhi lucidi. Per tre giorni la città imperla le proprie gote un po’ per felicità, un po’ per dolore. Lo grideranno con i loro pesanti ceri i devoti cittadini, quel serpente di fuoco tanto simile ai gorghi di lava spaventosa che illumina il cammino alla Santa, che ne precedono il passo. Fiumi di fuoco per chi dal fuoco protegge. Ringraziamento e dolore, in un connubio quasi antitetico… Ma ad Agata va offerto tutto, grazie e disgrazie, bisogna raccontarle la vita, così com’è. E se qualcuno è scomparso, se qualcuno non c’è più, sarà un altro a prestargli la voce e, a chiedere alla Santa di portargli un bacio, un abbraccio, un saluto. “Pi ma frati ca nun c’è cchiú a so vuci ciá mettu iú” ” a ma frati che nun c’è cchiú Sant’Aituzza un baciu daccillu tu”. Il grido trema, brividi percorrono la pelle mentre voti tramandati da generazioni si sciolgono, come la cera, e si imprimono negli animi come fuoco.
I presenti si mescolano cu saccu e senza saccu, dai barcuna e dai banchini… Perché in quegli attimi ci si ritrova in Lei ad essere tutti cittadini.
E mentre un ultimo fazzoletto ondeggia salutandola…si ode ancora qualcuno in lontananza “facemuccillu n’applausu a la pattruna di Catania”…come se i giorni trascorsi, l’allungarsi del tempo, gli infiniti passi non fossero stati abbastanza… Come se si sperasse di poter avere ancora qualche attimo di incontro con quegli occhi ca parunu stiddi.



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