Fulmine di Fede, Santa Barbara a Paternò

Fulmine di Fede
Santa Barbara a Paternò

Santa Barbara era fora
si scantava di lampi e trona,
l’Angileddu ci dicia:
“Ripitemu l’Avi Maria

preghiera tradizionale paternese

foto e testo di Angelo Cucco 3-4-5 dicembre 2019

Le varette davanti alla chiesa del Monastero

Quando il meteo non ci dice ciò che vorremmo lo controlliamo freneticamente sperando che, tra un aggiornamento e l’altro, sia sparita quella fastidiosissima saetta. I telefoni in mano, nuovi fari di meteorologia, e gli sguardi tesi, preoccupati si intrecciano alla spensierata leggiadria delle varette che danzano e si salutano in un’armonia di note, suoni e colori. “i massari” ondeggiano, “i camionisti” si abbattono, “gli ortofrutticoli” sfidano la resistenza dei “pescatori”. Nove vetuste signore dorate attirano l’attenzione di tutti, grandi e piccini, con le loro scintillanti chiome fiorate… memoria e simbolo di festa che si estende e invade i quartieri, che dai quartieri ritorna alla città incontrandosi ritmicamente ai quattro canti. Un ragazzo tenta di cancellare il brutto tempo con il dito sul display, le lignee facce “dei commercianti” lo guardano dall’alto e sorridono nel loro vorticoso incedere, incuranti di qualche goccia d’acqua che riga le rubiconde gote, gli applausi accompagnano il suo chinarsi, prova di forza e di bravura.
Dalla Collina, genitrice del borgo, solenni discendono i novelli canonici avvolti nella purpurea mozzetta, austeri, contrappeso perfetto alle giocose varette, accompagnano le spoglie mortali di Barbara, quelle ossa pervase di sacra bellezza che secoli fa furono disprezzate e percosse da chi negava la possibilità di credere e che persino il padre ebbe a castigare per l’amore che legava la vergine al Cristo. Da quelle ossa, ancora oggi, promana il soave profumo dell’esempio. si snoda di via in via la processione, abbraccia colorata la città, lambisce i trionfali archi di luce, le squille la salutano festanti, alla splendida chiesa patronale l’onore di accoglie il lungo, composto corteo dalle coloratissime mantelle e gli stendardi svolazzanti mentre l’altare si tinge del lucente splendore dei reliquiari. È l’ora dell’incontro con la Patrona, con il simulacro che sintetizza nei tratti ornati d’argento Barbara e la sua vita… La rende icona leggibile, vicina..con occhi che guardano e labbra pronte a sorridere. Quasi inebriate dalla sonora campanella le porte si aprono e svelano il luccicante mistero di una donna che ha scelto di perseverare nella fede, ne mostrano il trionfo, la coronata gloria. Barbara si lascia ammirare, per poco, colomba pura e ritirata, benedice e torna nella fenditura della roccia di biblica memoria, si nasconde ancora. Ma ogni incontro genera cambiamento e quando Paternò incontra il volto della sua Santa si innesca una scintilla foriera di frizzante brio, di gioiosa partecipazione, esplodono le acclamazioni dei devoti, si alzano melodiose le voci dei cantanti e dei bambini. Risuonano le melodie dei Mulinari e dei Muraturi, riecheggiano cariche di memorie nella loro lirica espressione di disarmante bellezza. Sembra ricolorarsi il ricordo sepia dei partiti che allietavano l’attesa vigiliare. Candide voci, presente e futuro della città, intonano gli inni, le preghiere… La santa, dalla sua cameretta, ascolta tutto, si dice che si desti, sente il frastuono giocoso dei fuochi, ascolta il vocio della gente, dicono si prepari all’incontro con il suo popolo che puntualmente arriva nel giorno che le è sacro. L’invocazione è unanime, raccoglie tutti, chiama ognuno per nome…Cittadini! Perché non vi è paternese che non possa ritrovarsi in quel “viva Santa Barbara”, che non possa intrecciare, come in una corona di rose, la propria storia a quella devozione viscerale che, nata dalla mistica visione di una monaca, ha coinvolto tutti. È sbocciata, come profumatissimo fiore, divenendo un patto di amore e fiducia, un dolce porto in cui Paternó approda, un sicuro rifugio per ogni figlio di questa città ad un passo dal vulcano. Non è più la peste del 1576 a spaventare, ma tante le angosce da lenire mentre visita ancora una volta i luoghi in cui il contagio mieteva vittime. Lei, Protettrice dal fulmine e dalla tempesta, si ritaglia un angolo di cielo per tornare tra i suoi devoti, allontana il temporale per non far mancare il dolce sorriso a chi, con luci e bandiere, la aspetta. È lei a cancellare quella saetta che affollava i display. Lo sa l’anziana signora che, avvolta nello scialle, aspetta che sia vicina per aprire il balcone. Lo sa la mamma che fa indossare il giubbottino pesante al figlio che non vuol perdersi quello spettacolo di luce e argento e quei roboanti colori che al tempo stesso lo intimoriscono e caricano di una strana sensazione di felicità. Lo sa il padre a cui sfuggono alcune lacrime mentre riabbraccia la figlia di poche settimane presentata alla patrona per mano del capovara. Barbara è per la città, per due giorni percorrerà in lungo e largo le strade e i vicoli, sosterà per essere omaggiata con fiori e offerte, con canti e preghiere. Benedirà e accoglierà voti e se le mani stanche di qualche anziano sacerdote innalzeranno la sua reliquia, lei ne sorreggerà le braccia. Passa, tirata a forza dai portatori, rumoreggia il pesante baiardo e Lei, che il fulmine e il tuono fa cessare, che impedisce alle esplosione di distruggere una nave, ha il passo scandito dal colorato scoppio dei giochi d’artificio…offerta di suono, offerta di festa, segno di accoglienza nei rioni. E mentre esplodono liberi e sfavillanti nel cielo, pennellando di effimere iridescenze l’argenteo fercolo, è come se chiedessero di preservare da altro tipo di frastuono, dal roboante eco del vulcano, da ogni avversità. La festa si sa, è così…con il cuore in un tumulto di gioia e gli occhi pieni di lacrime e affidamento.

Momento della processione

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