Montemaggiore, 3 Maggio 2022

È alto il sole, maggio irrora la campagna di profumi e colori che danzano cullati dal leggero respiro di Zefiro, re della primavera. “Allibbiertati ca tardu ia!” da uno degli usci sbuca impaziente una donna, guarda l’ora e si affretta a richiamare l’attenzione di qualcuno che si attarda all’interno. Fremono gli animi, come le api attratte dal più dolce nettare, grandi e piccini accorrono alla chiesa madre, richiamati dal cuore, dal palpito più intimo che scalda il petto.
unu, dui e tri…la breve enumerazione che sorregge i portatori nello sforzo evoca i giorni appena trascorsi. L’angelo, fiero sul fercolo, brilla lambito dai raggi. È un piccolo gioiello d’arte, custode di memorie; quasi un varco sacro nel tempo, attende mentre la chiesa gremita profuma di salmi e le campane maestose compongono melodie sferzando l’azzurro pennellato di morbidi nembi. Tutto concorre alla festa, a coronare quella data tanto cara ai siciliani. Tre maggio, invenzione della Croce. Le leggende si avviluppano, scorrono i grani di un rosario fatto di secoli, si colorano del rosso dei paramenti e qui, di croci dorate sugli scapolari dei portatori. Una nonna, accostata a un muretto per alleviare la fatica, racconta grazie e miracoli mentre i bimbi dagli occhi sgranati restano cheti e affascinati. “Nonna, racconta l’altra!” “Quali t’ha cuntari?” “quella che mi piace”; gli sguardi si incrociano con aria d’intesa, le labbra vegliarde sorridono e iniziano a narrare del terribile colera. Così si tramanda ancora la memoria nei piccoli centri di Sicilia, attraverso l’appassionata voce di chi, quelle storie, le ha nel cuore. Unu, dui e tri…viva u santissimu Crucifì! Abbia inizio la lunga processione. Uno stormo di bambini, come rondini, suonano i festosi campanellini, e Lui, l’atteso, si lascia preparare dai confratelli. Uomo dei dolori, espressione simultanea di sofferenza e gloria, il Crocifisso sfolgora in bellezza coronato dall’argenteo corredo.
“Crucifissu fragillatu a la Cruci fustivu nchiuvatu” e se la reliquia di quel talamo di morte scivola sotto il baldacchino, Montemaggiore si ferma in adorazione nel soleggiato mezzogiorno e si prostra…memoria vivente di Maria, Giovanni e Maddalena sul Calvario. Al passaggio del Redentore le ginocchia si flettono, i corpi si inchinano, le teste si abbassano laddove l’età non permette più reverenza. La devozione viva del popolo si palesa, si rende tangibile nell’anziano che attende, nella donna che sussurra preghiere, nella lacrima su un volto, nell’offerta di un viaggio, nel bacio lanciato, nello sforzo di chi conduce il pesante fercolo. La Madre degli Angeli accompagna il Cristo, quasi a compartecipare del grande tripudio in onore del figlio e seguendolo affronta ripide discese e ardue risalite, lambisce i campi, accarezza le periferie, spinge lo sguardo alla lussureggiante valle. Madre e Figlio tra la gente.
Tutto si affida al Cristo con le braccia stese: il lavoro, i campi, la salute, la pace e anche i cavalli, un tempo utili per lavoro e oggi, sempre più, affettuosi compagni di vita.
La folla segue quel tempio mobile , quasi il turbine della turba di evangelica memoria, ma è orante, lo invoca “e ludamulu sempri e spissu lu Santissimu Crucifissu”, si affida… il rosario si scioglie nel canto, i passi si intrecciano ai ricordi… è festa, ancora, di nuovo. Le benedizioni si ripetono ma è l’ultima la più attesa. Prima di tornare dietro al suo aureo cancello infatti, dall’alto della sua chiesa, il Crocifisso abbraccia ogni montemaggiorese, rinnova la promessa di non abbandonare mai i suoi figli, li saluta, dà appuntamento alla festa estiva, quasi risponde con la presenza all’invocazione : “iu ti vegnu a visitari Crocifissu un m’abbannunari”. Sarà lì, attenderà sempre chi vuole meditare le sue piaghe, chi vuole grazia per mezzo del suo salvifico olocausto.
Mentre la Madre degli Angeli torna in chiesa e il Cristo trova posto sul suo ligneo Calvario, la mente ripercorre il vetusto adagio:
Casteddrubuonu la Matri Sant’Anna
u Crucifissu di Muntimajuri
a menzaustu la Gibirimanna,
a Cifalù Gesu Sarvaturi.
…e dopo aver esperito la devozione di questo popolo, appare chiaro perché gli antichi ne consacrarono il ricordo tra le devozioni maggiori delle basse Madonie.
testo e foto di Angelo Cucco











