
Rintoccano i campanellini d’argento emulando i più grandi bronzi, le voci si avviluppano in un tumulto di passi laddove il greco si fregia d’oro tra le iconostasi e il florido verdeggiare dei campi. È festa: si percepisce dagli abiti che percorrono le vie del centro, lo annunziano le vibranti melodie dei campanili che gareggiano con gli accenti arbëreshë del chiacchiericcio e il melodico canto del Christos anesti, eco di una Bisanzio circonfusa da Roma. Da secoli i riti si intrecciano come la filigrana dei preziosi, ricamano il sacro quasi i colori e l’oro sulle vesti delle donne. Icone e simulacri, tricorno e Kamilavkion scrivono la Sacra Storia di una comunità che si ritrova attorno al proprio Patrono. Proprio lui, il Megalomartire, è emblema di questi sincretismi, di questo continuo lambirsi tra greci e latini. Sicuro, fiero, troneggia sul suo cavallo accogliendo le preci e gli onori, l’incenso e i palpiti dei cuori in attesa di varcare l’uscio, di cavalcare lungo le strade della sua cittadina. “E viva Shën Gjergji Kavaleri!”, un lungo applauso, le bianche camicie irrorate dal rosso delle mascherine o delle cravatte inondano la scala. I suoni si intersecano nell’overture: la banda, le invocazioni, i tamburi, le campane, i fuochi, gli applausi… e mentre una pioggia rossa e gialla copre il cielo, il cavaliere inizia la sua gioiosa danza. Sobbalza sulle devote spalle, oscilla, volteggia, procede, torna indietro. Potrebbe avanzare tranquillo, senza alcun movimento, sarebbe più semplice e meno gravoso per chi lo conduce, ma Piana ha bisogno di quel ritmo che pare risvegliare la terra al pari degli animi. Il martire cavalca tra i volti protesi, sembra quasi festeggi la vittoria sul drago che giace ai suoi piedi, ma la sua esultanza è nell’aver lavato la vita nel sangue dell’agnello. Ecco perché i portatori semplicemente non lo conducono ma gli offrono un coreutico atto d’amore, dimostrazione di quel legame che dura una vita e oltre la vita. Volano i palloncini legati ai polsi dei bambini, sfiorano le luminarie ed i colori, si innalzano cullati dal vento come una similitudine quelli con foggia di cavallo; poi d’mprovviso Il Santo arresta il suo passo, sembra quasi si sporga per chiacchierare con i suoi ragazzi, quasi l’attimo di riposo sia per tutti. I bimbi innalzati, i baci lanciati, segni di croce e canti…Giorgio riabbraccia la sua gente, la sua città che, come la principessa si inginocchia alla sua grande testimonianza e gli offre fiori. Davvero si fa prossimo, veste i simboli di Piana, ne perpetua il ricordo e se balla sul ponte o tra gli stretti vicoli, se ancora ondeggia nel corso al suo ritorno… è perché si fa figura dell’Eterna danza dei beati.









