
Silenzio. Ad accoglierci, il pomeriggio del Mercoledì Santo, è una leggera brezza che svela le isole incastonate nell’ azzurro del mare, impalpabile sfiora le verdi fronde e si imbelletta accarezzando le violacciocche selvatiche. San Fratello sembra ancora silente, vuota. Poi un soffuso chiacchiericcio dipinge un crocicchio di un accento antico, una lingua custode di storia e migrazioni, di identità e integrazioni. È un attimo, si ode lo stridere di una tromba a cui fa eco un cornetto, tutto si risveglia, si colora, si agita, ritorna la vita. Da una strada all’altra rimbombano festanti melodie, si rincorre qualche fischio, scrosciano le discipline e si regalano sorrisi. L’azzurro del cielo, disegnando morbide nuvole, bacia le strade e la rocca per piombare verso il basso e tingersi di rosso e di giallo, imperlandosi di una moltitudine di corallini arcobaleno e di variopinti disegni. Guizzano fuori dalle case le famigerate maschere, come gocce di colore dal pennello di un artista invadono la tela silente: ecco i Giudei, ecco il calore. Un pranzo insieme, l’allegria e poi le giubbe per la loro apparizione, per tornare a calpestare le strade dei loro avi rinvigorendone il ricordo, ritessendo il legame ancestrale. Le vie, arterie e vene di un corpo di pietra, sono irrorate dalla forza vivificatrice di quei volti rosso sangue. Sono percorse e scrutate dagli occhi furbi, allegri, di tutte le età che appaiono e scompaiono dietro quel velo in tessuto che dissimula le umane fattezze nella smorfia delle gorgoni, nel beffeggio di figure altere che devono ricordare chi uccise il Cristo. Nasi gialli come becchi d’uccello, cimieri stravaganti, giubbe preziose; nulla è lasciato al caso tanto che, chi non è novizio, riesce a carpire le identità celate: i Giudei, bravi narratori, raccontano l’uomo che li indossa. Ed ecco un Risorto, un cavallo, dame e cavalieri, l’aquila senatoriale e ancora una Madonna, fiori, una Santa, la Santa Passione…un vortice che avvolge tutto, come fa la brezza con i lunghi crini di cavallo e le note strillate degli strumenti. Mentre d’intorno si narra di prodezze passate, incomprensioni e resistenze, padri e avi e giudei mitici… si ascende per le viuzze segnate dai passi. Lì, quasi nascosta, si scorge una Madre dolente che mostra al mondo la cagione del suo patire. Anfratto di sofferenza in tanta apparente allegria, la Vergine attende mesta coronata di rose rosse. Forse la maschera è immune alla compassione, ma l’uomo no, emerge. Come in una catarsi il velo si solleva, mostra il viso, vola un bacio, una preghiera. I Giudei si svestono per Lei, difronte al suo dolore, al cuore di mamma trafitto, offrono anche le loro spalle durante il percorso, svelando i volti, affidandosi, accogliendola. E’ un istante, ma è la chiave di tutto. Il rumore al passaggio della processione, il suono festoso in un contesto funereo, ciò che sembra sberleffo, diventa un omaggio in un gioco delle parti che descrive la vita nella sua assordante sinfonia di gioia e dolore. La caotica musicalità dei giudei si intreccia e sovrappone alle ordinate note delle marce funebri e ai tristi, melodici, lamenti che narrano la ricerca di Maria. L’opposizione apparente si ricompone, un cortese confine guida le danze. Così come la semantica del rosso diventa martirio tingendo il piviale del sacerdote e sprizza di gioia e vita sulle giubbe, Passio e Passione si tingono l’un l’altra in una complessa trama di memoria e fede. Ecco perché chi si inginocchia al passaggio del Sacro, può sorridere e sentire accapponare la pelle all’intromettersi dei Giudei…perché dove l’estraneo può percepire stridore, vi è semplicemente una musica diversa. Quando il blu del cielo, come il manto della Dolente, copre il mondo, gradualmente svaniscono le trombe, cedono il passo alla musica e al canto…poi torna il silenzio, in attesa che i giudei riappaiano generando quel caos sacro creatore di ordine
p.s. grazie a Salvo Genovese per averci fatto da guida ancora prima di arrivare, per averci consentito di immergerci in questo rito, per l’accoglienza e per i consigli. Le feste trasmettono di più quando raccontate da chi le sente proprie.

















