
𝑮𝒊𝒐𝒗𝒆𝒅𝒊’ 𝑺𝒂𝒏𝒕𝒐 2022
Per i siciliani la tavola è un punto d’incontro imprescindibile, una sorta di varco per congiungere mondi e creare legami. Ad Alcara Li Fusi ne abbiamo condivisa una simbolica, fatta di statue di apostoli acconciate e ritinteggiate, ma che conservano un fascino particolare dovuto alle tante mani che di Giovedì Santo in Giovedì Santo, si sono adoperate per allestirle, per consegnare alla città un segno della Cena per eccellenza. Lentamente, con sorrisi e gioia, i seggi hanno lasciato l’oratorio della confraternita del Santissimo Sacramento e, cullati dalle braccia di chi li conoscono nei dettagli, hanno iniziato il loro immobile banchetto. Come gli apostoli che prepararono il cenacolo, i ragazzi si avvicendano, fanno in modo che non manchi nulla, che tutto abbia un ordine e un significato: finocchi, lattuga, pane, arance, sarde, candele e ovviamente la tovaglia, il corporale, il calice colmo di vino. Primizie offerte al Signore della vita. Dal 1550 la confraternita professa quell’atto d’amore che è l’Eucarestia, in questa occasione rende plastico e tangibile il mistero della sua istituzione. “Non sono belli” ci ripetono, “e lui è il più brutto”, aggiungono indicando il primo della fila di destra. “Chi è?” “ Giuda, ovviamente”. È vero, chi se non lui?. Improvvisamente sembra giusto che la sua pelle sia più verde, lo sguardo vuoto, i suoi capelli scompigliati. Il traditore non può essere confuso con gli altri, al di là dei nomi riportati sui seggi va distinto subito. Tutto in lui è un tranello: cattura l’attenzione di chi osserva volgendosi verso lo spettatore ma non vuole mostrargli il Bene, sorride ma in maniera sorda, offre delle arance rigogliose che sembrano succose ma, se qualcuno dovesse accettarle, scoprirebbe che sono le più amare che esistano… sono le arance di Giuda. Eppure, nonostante tutto, anche lui è un po’ protagonista e se su di lui si intrecciano aneddoti e scherno, è il primo ad essere riconosciuto per ergersi a esempio da non imitare. I ragazzi continuano a sistemare il banchetto, i profumi si inanellano ai ricordi, Nicola tira fuori due foto della sua collezione, li mostra orgoglioso: sono del 1972. Una mostra le statue in processione, l’altra il rito scomparso in cui 12 uomini bianco vestiti replicavano la cena davanti l’altare maggiore e il celebrante, novello Cristo, benediceva. Segni di un tempo di cui, reliquia, rimane il fascino di una tavola imbandita e, almeno per noi, il senso dell’accoglienza, dell’amicizia e dell’entusiastica condivisione di alcuni ragazzi di un piccolo centro dei Nebrodi ancorati alle proprie, belle, tradizioni.









