
A Muntipiddirinu c’è na rosa
ca lu guverna a lu palermitanu
ci fannu festa a Iddra di continu
ci acchiana e scinni ogni cristianu!E c’è na scala di centu scaluna
cu acchiana mortu rivisci mentri acchiana
cu voli grazia vada a Montipiddirinu
ca c’è Rusulia cu Cristu e manu

Una candela si accende ai piedi del monte, poi un’altra, là un’altra ancora, qui una torcia, lì una fiaccola…come lucciole nel buio, le fiammelle sfidano l’aspra roccia in un continuo rosseggiare di fuoco. Il sole, che per tutto il giorno ha arroventato il sentiero, ha ceduto il dominio del cielo alle stelle e ad esse, al loro siderale chiarore, sembrano ambire quelle luci, simili alle faville di un fuoco cheto che, dal basso, sembrano inerpicarsi nell’oscurità. Nella notte, cullata da una leggera brezza, Palermo abbandona la città e si fa pellegrina sul monte. Ascende, con il fuoco in mano, si mette in cammino. Quello strano promontorio che innamoró Goethe, torna fulcro della città che si estende ai suoi piedi. Scalzi e calzati, sfidano i sentieri. Non sono più impervi come ai tempi della Santuzza ma provano il corpo abituato a ben altri spazi in un ritorno alla natura, al selvaggio. Pungente il profumo della vegetazione si intreccia all’odore della cera che brucia copiosa davanti le cappelline che costellano il percorso. “Pigghiatilla a pietra di Santa Rusulia ca quannu chiuovi a mietti darria a finestra!”, incerta la mano sfiora i sassolini scagliati e luccicanti ammucchiati tra i lumini e il cammino riparte, con quel piccolo cimelio, con quella reliquia del passaggio, con quel frammento di Monte Sacro che, davanti alla tempesta sarà imponente come l’intero Pellegrino. “E avi un annu ca un fazzu sta via” nella penombra si alza la voce di un devoto ed eccone altri, forse sconosciuti, che gli fanno da eco “Viva Santa Rusulia!”. I rosari si intrecciano a qualche lamentela per la fatica, le preghiere allo scherzo, le voci di chi inneggia alla Santuzza all’abbanniata dei venditori “frisca l’haiu… l’acqua” “Maria, fimmamuni un secunnu ca stauiu muriennnu”. L’acchianata è così, un misto di sacro e ordinario, non potrebbe essere diversamente: è l’anima di Palermo che sale, con tutte le sue contraddizioni, le sue meraviglie, i pregi e i difetti. Si mette in moto dalla pianura all’alto, come ha sempre fatto, per presentare alla Patrona gioie e dolori, per andarle a ricordare che è ancora una volta settembre e che, dal buio di quella grotta in cui splende raggiante del candore del marmo e dell’aurea veste, deve guardare la città, deve proteggerla.
Sarà così anche domani, quando la luce consentirá le allegre scampagnate, quando con un occhio al sacro, si rinsalederanno legami amicali e di parentela. Stanotte però è diverso, Palermo fa quasi da sfondo al fiume di torce e di luci. Lontana quanto basta per non percepirne i rumori, vicina a sufficienza per essere immersi in una costellazione di fasci luminosi che, più si procede, più mostrano la loro complessa architettura e grandezza. Nella notte gente di ogni età sfida il promontorio. Gli occhi dei bambini sono avvinti da quella strana avventura, non sanno davvero cosa aspettarsi da quel cammino che a tratti li inquieta, a tratti li diverte. Procedere tra gli alberi, tra le rocce, in strade di pietra. In alcuni punti il tempo sembra sospendersi, la luna illumina piccole vallate e nell’aria rintoccano lenti i campanacci di qualche gregge. La stanchezza inizia a farsi sentire e le parole cedono il passo a qualche silenzio in piu. Non tutti sono arrivati a Falde in auto o bus, i più temerari sono partiti a piedi da casa, anche da parecchio lontano, chi per voto, chi per una sfida tra amici, chi per evitare confusione. Ora sono tutti lì, unico grande serpente umano che avvolge i tornanti. E se sulla carrabile sfrecciano le bici, i cavalieri e i bus di linea, sono gli appiedati in numero maggiore, in un apotropaico e arcaico viaggio rituale, in una anabasi verso il divino. Quell’uomo scalzo ricorda quasi Mosè in cerca del Sacro Suolo, anche lui scala il monte, anche lui ha tolto i calzari. Quella bambina vestita da Santa Rosalia sembra rendere presente la Santuzza. Un’ultima salita, si intravede del chiarore, ecco…inizia una discesa e…si sente nell’aria il fremito di festa. Il santuario, come colomba nella fessura della roccia, si nasconde un po’, ma eccolo! i passi si rinfrancano e mentre qualcuno acquista i lumini, qualche altro inizia l’ultimo atto che precede l’incontro. Una scala, un’ulteriore ascesi, separa il pellegrino dalla grotta, da quel ventre della terra che diventa angolo di Cielo, di Paradiso. Ultimo sforzo, in ginocchio, scalino per scalino, fino a scorgere prima l’orologio, poi la statua sul portale, poi l’ingresso. ” c’è na scala di centu scaluna, cu è mortu rivisci mentri acchiana.” Come gli antichi palermitani che andarono a cercare le sacre ossa, Palermo rientra nell’anfratto sacralizzato, sono state le stesse sacre ossa a impregnare di santità il luogo, a rendere quel suolo terra santa e, anche se Rosalia ormai riposa in Cattedrale, è in quel luogo sul monte che Palermo cerca la sua protezione come nel 1624. In una grotta, come nel presepe, il tempio di Dio si è incastonato nella creazione, mentre stilla dal tetto purissima acqua sfiorando baci ed ex voto, devozione e pietà popolare. La messa, un saluto, il riposo dopo il cammino. E mentre la teoria di gente si affolla e sfila, mentre palermitani antichi e nuovi, tamil e forestieri si alternano al suo cospetto… Rusulia sta lì, distesa e tranquilla, ascolta, guarda, innamora e consola…davvero a Munti Piddirinu c’è na rosa…. cu Cristu in manu.

















