Sammastianu, siti lu ran’Santu
(strofa di una preghiera tradizionale)
lu vuostru cori è na tazza r’argentu
cu v’arrisguarda cci veni lu chiàntu
Sammastianu Cavaleri Santu…

Frecce, d’argento ma pur sempre frecce, piagano il corpo atletico di un giovane legato ad un tronco, nudo cinto a stento da un pudico panno rosso. Scena cruenta, scena di morte, di cui tutti siamo spettatori e testimoni. Sembrerebbe che proprio tra quella folla immane che lo circonda si debba nascondere la mano dell’arciere che ha appena vibrato quei colpi. Un gioco di tarsie, brilla di oro e colori, avvolge il Santo irradiato di luce, lo incornicia in un architettonico capriccio, quasi a proteggerlo, a custodirlo. Quasi ad evitare che una pia vedova Irene vada a staccarlo dal patibolo, perché su quel tronco Sebastiano trova la gloria e si fa esempio. Quella mirabile opera, realizzata da mani d’uomo ma che trascende al divino, sembra l’ara più solenne, immobile nel peso della sua solida armonia. Tempio nel Tempio, scrigno e tesoro essa stessa. Il giovane santo, incastonato tra sguardi, arte e meraviglia sa che, di lì a breve, terminato il Sacrificio Perfetto, chi gli appartiene verrà a rivendicare il diritto di offrire la propria spalla. Bianchi, con i calzettoni, giovani e meno giovani invaderanno il presbiterio per prestarsi all’immane sforzo. E mentre il ragazzo santo chiama a sé una miriade di ragazzi in jeans e magliette, Mistretta si riconosce ancora viva, vede radunati i propri figli. Nell’afa di agosto come nel gelo di gennaio sono lì. Le pentole rotte da cui traboccano giochini e sorprese sono un preludio del fremito che invade tutti, al rumore sordo del bastone sul coccio si sostituisce l’allegro suono degli ottoni della banda. È la musica a dare la carica, a fungere da catalizzatore, note che pervadono, note che scuotono: si intona la bersagliera ed è subito festa. L’aria si carica di quel brivido di allegria e sul dolce alito di vento si incanta e sposa il mistico senso di sacro che innamora Mistretta del suo protettore. Il santo brilla, la vara si muove, la varetta della Reliquia esce. Come i violini si inseguono in una rapsodia così i palpiti dei cuori…Mistretta sveste l’antica compostezza, i piedi come percussioni, le voci come cembali, esplodono nel cielo gran cassa e piatti: la melodia è lì, pronta ad essere ascoltata da chi sa sentire. Lo spartito avanza, scritto sul pentagramma dei secoli, con note di colore e calore, con la chiave immutabile ed eterna: il giovane soldato nel suo enorme fercolo. Volano accarezzando l’aere varetta e vara, sulle spalle dei portatori sembrano luce, lampi. La vara è un’apoteosi, è l’alba, è il sole che invade le strade. Attesa, baciata, passa a stento nei vicoli, sfida gli spigoli, incanta i bambini e gli adulti. A volte spaventa, confonde, troppo grande per essere lì, troppo piccola per contenere il mistero che lega quegli uomini a quelle aste, che da forza alle loro gambe e alle loro spalle. Viva San Sebastiano e risuona ovunque l’applauso. Se da un balcone può sembrare disordine, da più in alto, dall’alta terrazza del Cielo, qualcuno sta ascoltando i cuori impegnati in quel grande atto d’amore e di passione, in quel concerto di vita. Trasfigurato benché ferito, bello come un Serafino, San Sebastiano non si ferma e raccoglie intorno a sé tutti coloro che hanno un brivido su per la schiena, che tramite il passo svelto e la gioia vogliono celebrarlo. Il bimbo sulle spalle del padre, i fidanzati per mano, la mamma con il passeggino, i ragazzini trapelati, Mistretta non corre per correre…corre per Lui e con Lui. Qualora servisse conferma, basta abbassare lo sguardo e scorgere i tanti piedi scalzi che sfidano la folla e le altrui calzature in un silenzioso omaggio. Suonano ancora le bande in un allegro saluto…. note che si intrecciano…fino alla bersagliera. Ultima corsa, prima la varetta, poi la vara. Mistretta si ricompone, attende la benedizione Eucaristica e le battute finali di questa sinfonia ne svelano il profumo profondo… correre con il Gran Santu, percorrere le vie della città amastratina per farsi guidare dal martire a Colui per cui ha dato la vita. Ed ecco Sebastiano guarda dal Cielo e, mentre si intona il Tantum Ergo, certamente sorride. Ora restano solo gli angeli musicanti, nella loro perpetua, immobile, staticità a suonare note mute e lignei omaggi.










