La grande folla, che era venuta per la festa,
udito che Gesù veniva a Gerusalemme,
prese dei rami di palme e uscì
incontro a Lui

Testo e foto di Angelo Cucco (foto edizione 2019)
In tempi di pandemia si fa avanti il ricordo, e la memoria rincorre emozioni passate.
Frizzante la brezza avvolge il borgo, il cielo regala carezze dorate ai campanili quasi a volerli cullare e le strade iniziano a risuonare di passi. Un uomo riscalda le mani nelle profonde tasche mentre procede pacato, un ragazzino corre per arrivare prima degli amici, un giovane si attarda carico di sacchetti traboccanti e un anziano, in anticipo come sempre, cerca riparo tra l’uscio e quel lembo di sole… la meta è comune, in una fresca mattina di primavera, una delle chiese del borgo brulica di uomini per la Spartenza. Di anno in anno, le confraternite si alternano nell’organizzazione di questo momento, carico di senso, ricco di radici, impregnato del pungente profumo delle palme ancora stese a terra. L’odore del caffè irrompe e rigenera, mentre si sorride e scherza in una convivialità antica e vivificante che rende tutto diverso, che aiuta, che rinsalda legami. E’ l’ora. Svettano i verdeggianti rami tra le mani esperte dei confratelli, le ungono di quella particolare resina vischiosa, di quell’odore che sa di festa, mentre con cura le dispongono nella cunocchia. Parti separate ritrovano unità, rami che tornano a simulare alberi. “Levaci i fogli di sutta!” e quei frammenti, raccolti, trovano nuova vita grazie a pazienti (spesso anziane) mani che le intrecciano e mentre gli scarti diventano croci, fiori, cuori, panieri da appendere e benedire, le alte e vigorose chiome si imperlano di fiori, si profumano di pane, si vestono di datteri, si ingioiellano di cruciddi d’azzona, atavico simbolo quaresimale che nei Venerdì hanno visto coltelli scolpirle. Le Palme si preparano all’incontro con il divino, si fanno belle per un appuntamento antico che le vide protagoniste già in quel giorno in cui, a dorso di un asinello, vide il Re, umile, fare il suo ingresso. Rulla qualche impaziente tamburo, la pelle vibra, il suono si espande, l’emozione cresce. Qualche sorriso nasce spontaneo tra i visi assorti, i cuori si caricano. Le antiche rubriche tra colori e ricami inondano il sagrato, a passo a passo si vestono i confratelli, i più piccoli imparano ad indossare l’abito, risplendono le croci tra rami d’ulivo. Gangi, ancora una volta è pronta, non per una passerella o una semplice manifestazione. Gangi commemora l’evento antico di quasi due millenni, inizia la sua Settimana Santa nel ricordo dell’ingresso di Cristo a Gerusalemme. A spalla in una lunga teoria, procedono le palme ondeggiando in un allegro fruscìo, ci si mette in cammino, come gli apostoli che accompagnarono il Cristo, come la folla che l’accolse trionfante. Si colorano di verde le vie del bel borgo madonita, si irrigano di suono, di rullante scalpitio…e allora via, fino alla chiesa madre “avanti picciotti ca sta finiennu a missa!” “aspittamu ca u parrinu allungau a priedica” ed eccole, attendere la benedizione, una per volta, davanti la porta, chiamate quasi per nome a fare il loro ingresso. Il sacro tempio sembra Gerusalemme, attorno all’altare si innalza un bosco, una corona di gloria e martirio, di Passio. L’aula è colma di gente, si innalzano i rami mentre si asperge quell’acqua che benedice e ristora l’animo, piove sui rami, piove sulla gente, piove a benedire e a far memoria che nessuno è lasciato solo nel piano dell’Altissimo. Osanna al figlio di Davide, osanna al Redentore, si riparte, un popolo in moto celebra il mistero, commemora l’evento, lo rivive. Con il vibrante incedere dei tamburi, è un benedetto bosco in cammino. La chiave di tutto è racchiusa in un libro, nel Libro, quella Parola deve essere proclamata, annunziata. Deve significare il rito, facendosi filo conduttore di tanto impegno. L’onore spetta alla chiesa del Santissimo Salvatore, culla di tanti privilegi, e mentre il rosso dei paramenti sfida i colori accesi delle cappe, il sole si affaccia a godersi lo spettacolo di un paese in festa. In Matrice l’ultimo atto, il più importante, Cristo torna in terra nelle specie del Pane e del Vino, il bosco gli si raduna ancora intorno, i confratelli si fanno siepe di cuori rinverditi, pronti ad accoglierlo, pronti a fiorire ma prima, un attimo prima, lasciano la propria voce ai tamburi. Come se i cuori trovassero il ritmo in quelle bacchette, i 24 tamburi si ritrovano davanti l’ingresso, sotto il campanile che fu torre ed iniziano il loro roboante omaggio. Come le palme, che in foglie si sono accorpate per formare le belle e colorate strutture processionali, così i tamburinai che fino ad ora hanno sfilato a due a due davanti la propria confraternita, si ritrovano uniti, in un unica fragorosa armonia. Ancora una volta, con tutta la potenza possibile, in un corale ritmo l’aria si spezza, i colori si mischiano, gli animi tremano, si ha la percezione che qualcosa di grande si è compiuto e ci si appresta a compiere. Così un intero paese si ritrova ai piedi dell’altare per iniziare la Grande Settimana, la più Santa.
























una festa davvero bella, ricordo perfettamente le emozioni che descrivi
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Gangi ha bellissime tradizioni speriamo di riviverle presto. Ti aspettiamo!
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